Il cappello

Gli anni successivi alla seconda guerra mondiale furono grami dal nord al sud Italia.
Si procedeva con immani fatiche alla ricostruzione. In Calabria nei piccoli paesini a ridosso del
“Gran Bosco d’Italia” come veniva chiamata anticamente la Sila, la gente ieri come oggi era priva della seconda cosa più importante della vita: il lavoro. La prima resta in ogni parte del mondo la salute. Si viveva di ciò che si aveva, cioè poco. Castagne, funghi, erbe commestibili, frutta secca e ortaggi. Quei pochi ortaggi che offre un’agricoltura di montagna. Per affrontare i rigori invernali
ogni gruppo familiare teneva da parte un tesoro. Una ricchezza rappresentata all’incirca da centocinquanta chili di proteine con quattro zampe due lunghe orecchie e una faccia molto simpatica: il maiale. Alcune famiglie numerose all’epoca e molto povere con poco spazio a disposizione la sera ospitavano la bestiola in casa. Ciò infondeva sicurezza in quanto non era molto raccomandabile per i tempi che correvano lasciare incustodito il povero animale. A circa mille metri d’altezza sul mare d’inverno la neve poteva superare anche l’altezza di un metro. Quando arrivava presto, cioè prima di Natale, preannunciava una longa vernata. “’nzinc’a Natale nè friddu nè fame “...
Dalla Natività in poi sarebbero iniziate le difficoltà. Il monito dell’antica saggezza popolare è chiaro. Ognuno avrebbe quindi provveduto in autunno ad organizzarsi per andare incontro “allu
Tìampu de’ mali vestuti”.
L’ultima domenica di agosto nella località Cona del piccolo paese di Petronà ogni anno la fiera rappresentava un grande avvenimento per grandi e piccini. Alla fiera si trovava tutto ciò che si potesse desiderare: abbigliamento, casalinghi, corredi e animali. Primi fra tutti, maiali, capre, pecore, mucche e asini. Gli zingari arrivavano la settimana precedente la fiera ed erano specializzati nel settore asini. L’anno di nascita e la provenienza delle bestie erano sempre incerti in quanto per l’uso non era richiesta nè la targa nè il libretto di circolazione.Con la massima disinvoltura quindi i gitani facevano buoni affari. Acquistavano da uno per vendere o permutare con un altro cliente. Non era prevista la rottamazione inventata in tempi più recenti.
I bambini aspettavano con trepidazione l’arrivo della hera. Era il miglior periodo dell’anno per ricevere qualche regalìa. “ Hare a Hera”. Se in quei giorni il nonno porgeva al nipotino degli spiccioli gli aveva fatto la fiera. I giocattoli erano costruiti in latta con meccanismi a corda per dare il movimento, poi trombette, armoniche, trottole “ ‘u strumbulu” e palloni.
Dal superfluo al necessario anche allora, ma in modo discreto.
Al necessario doveva pensare ‘Ntoni mentre s’incamminava dal paese alla Cona.
Era nato povero e povero aveva vissuto. La povertà può essere anche una scelta di vita.
A lui non interessava il lusso. Gli bastava poco per vivere. Una casetta, una famiglia e un coltello da intaglio. E si, il coltello era proprio necessario perchè ‘Ntoni era un abile intagliatore. Fabbricava utensili vari per la casa: mestoli forchettoni cucchiai e perfino pifferi. Aveva appreso fin da piccolo l’arte di costruire tali strumenti frequentando i pastori. Erano i soli ad usare con destrezza “u timparinu”. Badare al gregge vuol dire avere del tempo libero da dedicare all’intaglio. Col passare degli anni dai pastori aveva appreso la laboriosa e lunga costruzione delle zampogne. Sapeva scegliere i legni giusti nel giusto periodo e la giusta stagionatura.
Sempre da solo ‘Ntoni con le greggi nei boschi, taciturno, intento a modellare la materia. Era la sua vita. Non chiedeva altro alla vita. Si sentiva libero e tranquillo pascolando gli animali. Aveva capito che c’è bisogno di poco per essere un re.
Alla hera si era fermato al banchetto del cappellaio. Aveva intenzione di cambiare il suo vecchio cappellaccio consunto dagli anni. Tale indumento per lui era assolutamente indispensabile per due motivi: il primo era che fin da giovane non gli si erano affezionati abbastanza i capelli ; il secondo
era che aveva scelto per soffitto la volta celeste.
Non era cosa facile per ‘Ntoni trovare un cappello nuovo.
Era un uomo di bassa statura piuttosto tozzo con un baffetto alla Charlot e gli occhietti chiari che esprimevano tutto il personaggio. Paziente, buono e arguto. Aveva solo un trascurabile particolare: una enorme testa deforme. Perfino il cappello più grande sulla sua zucca diventava piccolo. Si era affezionato ‘Ntoni al suo vecchio cappello. Avevano trascorso insieme tanti inverni, tante estati, era ormai il suo amico del cuore.
Il cappellaio aveva notato da subito la portata del cliente e stava pensando che finalmente era arrivata l’occasione buona per vendere il cappello più grande che aveva. Erano anni che lo portava in giro nelle fiere, ma non aveva mai trovato un cliente che potesse accoglierlo sulla testa. Pensava di farci un buon affare, anche per ripagarsi delle fatiche di averlo portato in giro per tanti anni nelle varie fiere dei vari paesi.
‘Ntoni domandò al venditore di copricrani se avesse un cappello della misura della sua testa.
Senza indugiare, l’uomo che già si fregava le mani, porse il cappello a ‘Ntoni. Lo fece avvicinare a lato della bancarella dove c’era un grande specchio poggiato a terra; unico e indispensabile accessorio per svolgere con professionalità tale mestiere. Con la massima calma l’intagliatore zampognaro si levò il vecchio amico del cuore e prendendo il nuovo cappello lo calzò abbassando la testa come per un inchino reverenziale. Alzò la testa e si guardò allo specchio. Il cappello nuovo si adattava alla sua sede meglio di quello vecchio. ‘Ntoni era molto soddisfatto, e memore delle varie peregrinazioni fatte ogni volta che gli toccava di cambiare copricapo, venne subito al dunque. Il cappellaio chiese con sicumera uno sproposito: “Guarda che è difficile per te trovare in giro un cappello così grande”. ‘Ntoni con la sua abituale calma e con le poche parole che era disposto a sprecare fece la sua offerta e rispose: “Hai ragione, per me è difficile trovare un cappello così grande, ma per te è impossibile trovare un’altra testa grande come la mia per venderglielo. Aveva sempre fatto così quando comprava un cappello nuovo e gli era sempre andata bene. Con rabbia e maledizioni varie il commerciante comprese che era una buona occasione per disfarsi di quel grande cappello alla modica cifra offerta da ‘Ntoni.
Non lo toglieva mai dalla testa il suo amico del cuore. Quando d’estate la calura si faceva insopportabile e non aveva voglia d’intagliare, si sdraiava all’ombra dei faggi o dei pini e col cappello si copriva la faccia per difendersi dalla luce e dalle mosche mentre riposava.
Solo una volta all’anno ‘Ntoni si levava il cappello. Il 24 dicembre, la sera di Natale.
Davanti alla grande chiesa dalla facciata in pietra bruciavano sfavillando i ciocchi della hocara.
Lentamente si diffondeva nell’aria la dolce nenia della zampogna. Con le guance gonfie per dare fiato allo strumento ‘Ntoni arrivava circondato dai ragazzini incuriositi. In segno di grande riverenza si toglieva l’amico del cuore dalla testa e si inginocchiava alla base della lunga scalinata di pietra. In tale postura lentamente senza mai smettere di suonare, saliva i gradini con grande fatica. Giunto sul sagrato faceva una breve sosta, dopodichè sempre in ginocchio percorreva il lungo corridoio fra i banchi della chiesa, fino a giungere davanti all’altare dove si fermava.
Era giunto alla meta. La gente riunita per la messa di mezzanotte restava ammutolita. Davanti al presepe ‘Ntoni in ginocchio con la zampogna esprimeva tutta la solennità del Natale.
Era questo ‘Ntoni. E questo era il suo modo di rendere omaggio al Re dei re.
Forse lo ringraziava per aver fatto di lui ...un re!

1 commento:

  1. Non potevi esprimerti meglio nel raccontare questo breve e simpatico racconto e lo hai fatto trovando le parole giuste che hanno dato valore ad un umile e povero pastore. Grazie Franco

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